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Amnesty: «La polizia di Rio ha ucciso in 10 anni 5.000 persone»

Amnesty: «La polizia di Rio ha ucciso in 10 anni 5.000 persone»


Dal 5 al 21 agosto del prossimo anno, Rio de Janeiro ospiterà le XXXI Olimpiadi.

A un anno esatto da questo importante evento, per la prima volta assegnato a una metropoli sudamericana, Amnesty International ha pubblicato un drammatico rapporto sull’uso delle armi da parte della polizia militare di Rio, raramente indagato in modo adeguato.

Dal 2005 al 2014 sono stati registrati 8471 omicidi da parte della polizia militare nello stato di Rio, 5132 dei quali nel territorio metropolitano.

Almeno il 16 per cento degli omicidi registrati in città negli ultimi cinque anni è stato commesso da agenti della polizia militare in servizio. Nella favela di Acari, su cui abbiamo recentemente scritto in questo blog, la percentuale è del 90 per cento.

Un grilletto facile, quello della polizia militare di Rio, quanto invisibile. Le persone uccise – giovani e poveri neri – vivevano in quella parte della città (nella foto di Luiz Baltar, il Complexo do Caju) messa da parte, nascosta per lasciare spazio e visibilità allo scintillio e alla modernità di una megalopoli di 12 milioni di abitanti: la maggior parte delle persone uccise dalla polizia militare dal 2010 al 2013 erano neri di età compresa tra 15 e 29 anni.

Questi omicidi sono raramente investigati. Quando una persona è uccisa a seguito di un’operazione di polizia, un funzionario civile viene incaricato di stabilire se l’atto sia stato commesso per autodifesa o se, al contrario, occorra aprire un’indagine.

Nella maggior parte dei casi, sul rapporto del funzionario civile c’è scritto che la persona faceva parte di una banda criminale ed è morta dopo aver opposto resistenza. Per sicurezza, spesso si altera la scena del crimine piazzando un’arma o qualche altra “prova” accanto al cadavere.

Dunque, la persona assassinata è responsabile della propria morte e il caso è chiuso.

Eduardo de Jesus, 10 anni, è stato ucciso dalla polizia militare il 2 aprile di quest’anno nella favela del Complexo de Alemao. Era seduto sull’uscio di casa.

Sua madre, Terezinha Maria de Jesus, ha sentito uno sparo ed è corsa fuori, dove ha trovato il cadavere del figlio. Ha gridato e un agente le ha puntato il fucile contro minacciando di uccidere anche lei come aveva appena fatto col “figlio di un bandito”. I colleghi del poliziotto hanno prima tentato di porre una pistola accanto al corpo di Eduardo, poi hanno cercato di portarlo via ma sono stati costretti a ritirarsi dall’intervento degli abitanti della favela.

Questo è uno dei pochi casi in cui un agente della polizia militare è stato congedato e nei suoi confronti è stata aperta un’indagine.

Non sappiamo come andrà a finire. Magari verrà stabilito che il piccolo Eduardo, per il mero fatto di stare seduto sulla porta di casa, stava opponendo resistenza. Del resto, su 220 indagini avviate nel 2011, solo quattro si sono concluse con l’incriminazione di agenti della polizia militare; 183 sono ancora aperte.

Intanto, Terezinha e altri parenti, dopo aver ricevuto minacce e intimidazioni, hanno lasciato la favela.
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